Sal Da Vinci ha vinto perché siamo tutti stanchi di sparire. E perché vorremmo che Bauman avesse torto
La vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo, vista da un salone qualunque
di Teresa Ferragamo
Ore 4 del pomeriggio, giorno della finale di Sanremo. Le mie 3 figlie, 16, 18 e 21 anni, si ritrovano in salone, accendono la televisione, aprono YouTube e fanno partire “Per sempre sì” di Sal Da Vinci. La cantano. A squarciagola, saltando sul divano, passandosi il ritornello come un testimone olimpico. Tre ragazze della Generazione Z che gridano una parola che la loro generazione dovrebbe temere più di tutte. Per sempre.
Resto qualche secondo sulla porta. Osservo la scena come qualcosa di leggermente improbabile. Poi cedo. Entro anch'io nel coro, imito i loro movimenti, e mentre cantiamo capisco una cosa molto semplice: se questa canzone conquista loro, può succedere.
Un sogno sul palco più grande d'Italia
Confesso che non ci credevo. Un cantante legato alla tradizione melodica napoletana che vince Sanremo? Sembrava improbabile. Eppure, guardando il pubblico dell'Ariston, e pensando a quello di milioni di saloni come il mio, ho capito che quello che si stava compiendo non era solo una vittoria musicale. Era il trionfo di un sogno.
Sal Da Vinci nasce a New York in quanto il padre, Mario Da Vinci, a quei tempi Alfonso Sorrentino, cantante e attore napoletano, era impegnato in una tournée negli Stati Uniti d'America dove fu poi raggiunto da sua moglie Nina. Cresce a Napoli, nella zona di Mergellina (quartiere Chiaia), precisamente nella zona mercantile della Torretta (fonte Wikipedia).
Cresce dunque dentro una tradizione artistica fatta di teatro popolare, tournée, palcoscenici piccoli e pubblico reale. A 6 anni canta già davanti a persone che hanno pagato un biglietto per ascoltarlo. Non nasce da un talent. Non è un prodotto costruito in laboratorio. È il risultato di una gavetta vera, lunga, silenziosa, quella gavetta che molti artisti sognano di poter percorrere fino in fondo senza arrendersi. Ed è proprio questo che gli spettatori hanno sentito, sabato sera. Sul palco di Sanremo non c'era solo un cantante: c'era l'incarnazione di chi ha creduto in un sogno quando nessuno glielo garantiva. Chi ha continuato a salire su palchi piccoli quando i riflettori grandi sembravano lontanissimi. In un'epoca in cui il successo viene spesso servito veloce ( un video virale, un talent, un algoritmo favorevole) Sal Da Vinci ha raccontato la storia al contrario. Quella di chi aspetta, lavora, resiste. E alla fine arriva.
Sul palco dell'Ariston non c'era solo un cantante. C'era il sogno di chiunque abbia mai creduto in qualcosa senza avere garanzie.E dunque senza paracadute.
Una legittimazione culturale
La vittoria di Sal Da Vinci è anche qualcos'altro: il riconoscimento ufficiale di una tradizione che per troppo tempo è stata trattata come folklore. La canzone napoletana sentimentale, il teatro popolare, l'immaginario melodico del Sud, tutto ciò che per decenni ha vissuto ai margini della cultura musicale “alta” (vedi Cazzullo), approda sul palco più istituzionale della musica italiana e lo conquista. È legittimazione culturale.
La società del ghosting
C'è però un secondo punto che rende questa storia interessante.
Nel libro “Amore liquido”, il sociologo Zygmunt Bauman descrive una trasformazione silenziosa delle relazioni contemporanee: i legami diventano fragili, temporanei, facilmente revocabili. Relazioni leggere, connessioni rapide, impegni minimi. Oggi esiste persino una parola che racconta questa logica alla perfezione: ghosting. Scomparire. Letteralmente. Interrompere una relazione senza spiegazioni, diventare improvvisamente invisibili. È la grammatica sentimentale della modernità liquida. Tutto può finire senza preavviso. Tutto può essere sostituito. Persino noi.
Il paradosso della Generazione Z
Ed è qui che accade qualcosa di curioso. La Generazione Z è cresciuta dentro questa fluidità, social network, relazioni digitali, connessioni veloci. Eppure quel pomeriggio ho visto 3 ragazze native digitali, cantare con tutto il fiato che avevano una parola che oggi sembra quasi fuori moda. Non “finché funziona”. Non “vediamo”. Per sempre. In una società che ha normalizzato il ghosting, quella parola suona radicale. Quasi rivoluzionaria.
Perché quella canzone attraversa le generazioni
Il successo di Sal Da Vinci intercetta esattamente questo punto. Non è nostalgia, è desiderio. Il desiderio di stabilità dentro una società instabile. Il desiderio di promessa dentro una cultura che ha imparato a diffidare delle promesse. Quella canzone dice qualcosa che molti non osano più dire: che restare è ancora possibile. E lo dice attraverso la voce di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle cosa significa restare fedele a un sogno, anno dopo anno, senza garanzie.
Forse è per questo che funziona su mia figlia di 16 anni esattamente come su me che pure ho l’età del cinismo che, come dice Woody Allen, è solo “realismo a tutto volume”.
Perché in fondo il desiderio di qualcosa che duri, una relazione, un sogno, non ha età. Ce l'ha chi è cresciuto con Bauman e chi è cresciuto dopo di lui.
Una piccola lezione sociologica da un salone qualunque
Alla fine la vittoria di Sal Da Vinci racconta l'incontro tra due mondi: da una parte la tradizione melodica napoletana, con il suo immaginario sentimentale forte, quasi teatrale; dall'altra una generazione cresciuta dentro la fluidità delle relazioni. Nel mezzo c'è un sogno realizzato e una parola semplice e difficilissima. Per sempre.
In un tempo che ci educa alla reversibilità, alla sostituibilità, alla precarietà emotiva, l'idea che qualcosa possa durare, un amore, un impegno, una carriera costruita mattone su mattone, diventa improvvisamente potente. Così succede che 3 ragazze della Generazione Z cantino il “per sempre” a squarciagola in un salone qualunque, e che un uomo che ha sognato per tutta la vita salga sul palco più grande d'Italia a dimostrare che i sogni, se li tieni stretti abbastanza a lungo, alla fine arrivano.
Forse Bauman aveva ragione: viviamo nella modernità liquida. Ma ogni tanto, dentro questa liquidità, qualcuno continua ostinatamente a cercare qualcosa che resti.

